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Utente: Azioneparallela
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Io sono colui che sono. Suona troppo presuntuoso? Ma dopotutto, non sono forse quello che sono? E cos'altro sarei?

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mercoledì, 04 luglio 2007

Questo blog non è chiuso, ma il titolare è partito in tutta fretta senza avere il tempo di informare il gentile pubblico. Sei giorni di mare a Palinuro, fino a sabato. A metà soggiorno queste sole notazioni
mi sembrano essenziali:
 
È la prima volta che mi abbronzo la testa.
Le punture va bene. Solo, perché le zanzare sentono il bisogno di tuffarsi in picchiata dalle parti del mio orecchio? Che pungessero in silenzio, almeno.
Il mare è pulito pulitissimo, la terra no. C’è di bello che si può fare il lancio del sacchetto sopra i cumuli di spazzatura, però. (Oggi ne hanno ritirato una buona parte, e disinfestato persino).
Quest’anno le angurie sono eccezionali. Non so se ci sia qualche modificazione genetica in corso, ma quelle che mangio sono piccole e dalla buccia sottile. E straordinariamente dolci. 

Postato da: Azioneparallela a 17:31 | link | commenti (1)

venerdì, 20 aprile 2007

 
Al Pacino
Il mercante di venezia
Allen
La rosa purpurea del Cairo
Allen
Manhattan
Allen
Match Point
Allen
Io e Annie
Almodovar
Volver
Almodovar
Parla con lei
Almodovar
La Mala educacion
Altman
Images
Altman
Il lungo addio
Altman
America oggi
Altman
Nashville
Altman
I protagonisti
Amelio
Lamerica
Anghelopulos
L'eternità e un giorno
Antonioni
Zabrinski point
Antonioni
Blow up
Antonioni
La notte
Antonioni
L'avventura
Assayas
Clean
Bellocchio
Gli anni in tasca
Bergman
La fontana della vergine
Bergman
Il posto delle fragole
Bergman
Il settimo sigillo
Bergman
Persona
Bergman
Come in uno specchio
Bergman
Sinfonia d'autunno
Bertolucci
La tragedia di un uomo ridicolo
Bertolucci
Il conformista
Bertolucci
La strategia del ragno
Besson
Nikita
Bigelow
Point Break
Blasetti
La cena delle beffe
Branagh
Enrico V
Bresson
Il diario di un curato di campagna
Bresson
Lancillotto e Ginevra
Brizzi
Notte prima degli esami
Bunuel
Un cane andaluso
Bunuel
Bella di giorno
Burton
Il mistero di Sleepy Hollow
Burton
Big Fish
Burton
Il pianeta della scimmie
Burton
Ed Wood
Campbell
007 Casino Royale
Capra
L'eterna illusione
Capra
E' arrivata la felicità
Carné
Alba tragica
Carnè
Les enfants du paradis
Carnè
Il porto delle nebbie
Cassavetes
Ombre
Chaplin
Tempi moderni
Chaplin
Luci della città
Cimino
Il cacciatore
Cimino
I cancelli del cielo
Clouzot
I diabolici
Clouzot
Il mistero Picasso
Clouzot
Il corvo
Cocteau
Les parents terribles
Coen
Crocevia della morte
Coen
Il grande Leobowski
Coen
L'uomo che non c'era
Comencini
Tutti a casa
Comencini
La donna della domenica
Coppola F
Il padrino
Coppola F.
Apocalypse now
Coppola F.
Il padrino parte II
Coppola S.
Lost in translation
Crialese
Respiro
Cronenberg
La mosca
Cronenberg
Existenz
Cronenberg
Crash
Cronenberg
Spider
Cukor
My Fair Lady
Cukor
Scandalo a Philadelphia
Curtiz
Casablanca
De Santis
Italiani brava gente
De Sica
Miracolo a Milano
De Sica
Sciuscià
De Sica
Umberto D
De Sica
Ladri di Biciclette
Don Siegel
Fuga da Alcatraz
Donen
Sciarada
Dreyer
Ordet
Dreyer
Gertrud
Dreyer
Dies Irae
Duvivier
Il bandito della Casbah
Eastwood
Lettere da Iwo Jima
Eastwood
Flags of our fathers
Epstein
Il crollo della casa degli Usher
Egoyan
False verità
Ejsenstein
Ottobre
Ejsenstein
La corazzata Potemkin
Fassbinder
Veronika Voss
Fassbinder
Le lacrime amare di Petra von Kant
Fassbinder
Querelle De Brest
Fellini
La strada
Fellini
Otto e mezzo
Fellini
I vitelloni
Fellini
Amarcord
Ferrara
Mary
Ferrara
Fratelli
Ferrara
New Rose Hotel
Ferreri
Dillinger è morto
Flaherty
L'uomo di Aran
Ford
La conquista del West
Ford
Ombre Rosse
Ford
Un uomo tranquillo
Ford
Rio Bravo
Frankenheimer
Và e uccidi
Fuller
Il corridoio della paura
Fuller
Quaranta pistole
Fuller
Il grande Uno rosso
Fuqua
Training Day
Gaghan
Syriana
Gilliam
Brazil
Giordana
I cento passi
Giordana
Pasolini Un delitto italiano
Gitai
Kadosh
Gitai
Kippur
Gitai
Terra promessa
Godard
Il disprezzo
Godard
Une femme est une femme
Godard
Fino all'ultimo respiro
Godard
Histoire(s) du cinema
Greenaway
Il cuoco il ladro sua moglie e l'amante
Greenaway
L'ultima tempesta
Grenaway
Il ventre dell'architetto
Hawks
Un dollaro d'onore
Hawks
Il fiume rosso
Hawks
La signora del venerdì
Hawks
Susanna
Herzog
Woyzeck
Herzog
Fitzcarraldo
Herzog
Aguirre furore di Dio
Herzog
Nosferatu
Hill Roy
Butch Cassidy
Hirschbiegel
La caduta
Hitchcock
Gli uccelli
Hitchcock
Vertigo
Hitchcock
Intrigo internazionale
Hitchcock
Psycho
Hitchcock
La finestra sul cortile
Houston
Il mistero del falco
Jancso
L'armata a cavallo
Jaoui
Il gusto degli altri
Jensen
Le mele di Adamo
Kazan
Un tram che si chiama desiderio
Kazan
Fronte del porto
Keaton
The cameraman
Keaton
The General
Kim Ki Duk
Ferro 3 la casa vuota
Kramer
Indovina chi viene a cena
Kubrick
Rapina a mano armata
Kubrick
Barry Lindon
Kubrick
Arancia meccanica
Kubrick
2001 Odissea nello spazio
Kubrick
Full Metal Jacket
Kurosawa
Ran
Kurosawa
Derzu Uzala
Kurosawa
Il trono di sangue
Kurosawa
Anatomia di un rapimento
Kusturica
Arizona Dream
Kusturica
Underground
Lang
Mm, il mostro di Dusseldorf
Lang
Metropolis
Laughton
La morte corre sul fiume
Leconte
L'amore che non muore
Leconte
Rue des plaisirs
Leone
Il buono il brutto il cattivo
Leone
Per un pugno di dollari
Leone
C'era una volta l'America
Lizzani
Banditi a Milano
Loach
Piovono pietre
Losey
L'incidente
Losey
Il servo
Lubitsch
Il cielo può attendere
Lubitsch
Ninotchka
Lubitsch
L'ottava moglie di Barbablù
Lucas
American Graffiti
Lynch
Velluto blu
Lynch
Una storia vera
Lynch
Mulholland Drive
Lynch
Cuore selvaggio
Lynch
Strade perdute
Makhmalbaf
Viaggio a Kandahar
Malick
La rabbia giovane
Malick
La sottile linea rossa
Malick
The new world
Malick
Badlands
Malle
Ascensore per il patibolo
Marx
La guerra lampo dei fratelli Marx
Mizoguchi
Vita di O-Haru
Mizoguchi
I racconti della luna pallida d'agosto
Monicelli
La grande guerra
Monicelli
I soliti ignoti
Monicelli
L'armata Brancaleone
Moore
Bowling for Colombine
Moretti
La stanza del figlio
Moretti
Bianca
Moretti
Sogni d'oro
Murnau
Nosferatu
Nichols
Il laureato
Oliveira
La divina commedia
Olmi
La leggenda del santo bevitore
Olmi
Il mestiere delle armi
Ozon
8 donne e un mistero
Ozpetek
La finestra di fronte
Ozpetek
Le fate ignoranti
Ozpetek
Cuore sacro
Ozu
Viaggio a Tokio
Ozu
Il gusto del sakè
Ozu
Tarda primavera
Pabst
Il vaso di Pandora
Pampucci
Camerieri
Pasolini
Accattone
Pasolini
La ricotta
Pasolini
Edipo Re
Pasolini
Il vangelo secondo Matteo
Peckinpah
Osterman week-end
Peckinpah
Il mucchio selvaggio
Penn
Piccolo grande uomo
Penn
Gangster Story
Pereira
Vite secche
Petri
Todo modo
Petri
La classe operaia va in paradiso
Piccioni
Fuori dal mondo
Philibert
Essere e avere
Placido
Romanzo criminale
Polanski
Macbeth
Polanski
Chinatown
Polanski
Rosemary's Baby
Pollack
Corvo rosso non avrai il mio scalpo
Powell
L'occhio che uccide
Raimi
Soldi sporchi
Raimi
Spider man
Ratmen
X men conflitto finale
Ray
Il diritto di uccidere
Ray
Johnny Guitar
Reed
Il terzo uomo
Renoir
La regola del gioco
Renoir
La grande illusione
Resnais
Hiroshima mon amour
Risi
Profumo di donna
Risi
Il sorpasso
Risi
Una vita difficile
Rocha
Il dio nero e il diavolo biondo
Rohmer
Il raggio verde
Rosi
Cronaca di una morte annunciata
Rosi
Il caso Mattei
Rosi
Le mani sulla città
Rossellini
Viaggio in Italia
Rossellini
Stromboli
Rossellini
Paisà
Rossellini
Germania Anno Zero
Sant Gus van
Drugstore Cowboy
Satyajit Ray
Il mondo di Apu
Scola
Una giornata particolare
Scola
C'eravamo tanto amati
Scorsese
Fuori orario
Scorsese
The Departed
Scorsese
Taxi Driver
Scorsese
Toro scatenato
Scorsese
Re per una notte
Scorsese
Casinò
Scott
Blade Runner
Scott
Alien
Scott
I duellanti
Shyamalan
Signs
Siodmak
La scala a chiocciola
Soldini
Agata e la tempesta
Soldini
Brucio nel vento
Sorrentino
Le conseguenze dell'amore
Spielberg
Prova a prendermi
Spielberg
La guerra dei mondi
Spielberg
Duel
Tarantino
Kill Bill vol 2
Tarantino
Kill Bill vol 1
Tarantino
Pulp Fiction
Tarkovskij
Andrej Rubilev
Tarkovskij
Sacrificio
Tarkovskij
Lo specchio
Tarkovskij
Solaris
Truffaut
I 400 colpi
Truffaut
La mia droga si chiama Julie
Truffaut
Effetto notte
Truffaut
L'ultimo metrò
Truffaut
Jules et Jim
Veber
L'apparenza inganna
Vertov
L'uomo con la macchina da presa
Vidor
La folla
Visconti
Ossessione
Visconti
Rocco e i suoi fratelli
Visconti
La terra trema
Von Trier
Dogville
Von Trier
Europa
Von Trier
Idioti
Wajda
Ceneri e diamanti
Walsh
Una pallottola per Roy
Walsh
La furia umana
Welles
Macbeth
Welles
Otello
Welles
Quarto Potere
Welles
Rapporto confidenziale
Welles
L'infernale Quinlan
Wenders
Lo stato delle cose
Wenders
The million dollar Hotel
Wenders
Il cielo sopra Berlino
Wiene
Il gabinetto del dottor Caligari
Wilder
L'appartamento
Wilder
A qualcuno piace caldo
Wilder
Prima pagina
Wilder
Sabrina
Wilder
L'asso nella manica
Wilder
Viale del tramonto
Wyler
I migliori anni della nostra vita
Wyler
La signora Miniver
Wyler
Vacanze romane
Zinnemann
Mezzogiorno di fuoco
Zinnemann
Da qui all'eternità
 
 
 
 

Postato da: Azioneparallela a 21:31 | link | commenti

Al Pacino Il mercante di venezia
Allen La rosa purpurea del Cairo
Allen Manhattan
Allen Match Point
Allen Io e Annie
Almodovar Volver
Almodovar Parla con lei
Almodovar La Mala educacion
Altman Images
Altman Il lungo addio
Altman America oggi
Altman Nashville
Altman I protagonisti
Amelio Lamerica
Anghelopulos L'eternità e un giorno
Antonioni Zabrinski point
Antonioni Blow up
Antonioni La notte
Antonioni L'avventura
Assayas Clean
Bellocchio Gli anni in tasca
Bergman La fontana della vergine
Bergman Il posto delle fragole
Bergman Il settimo sigillo
Bergman Persona
Bergman Come in uno specchio
Bergman Sinfonia d'autunno
Bertolucci La tragedia di un uomo ridicolo
Bertolucci Il conformista
Bertolucci La strategia del ragno
Besson Nikita
Bigelow Point Break
Blasetti La cena delle beffe
Branagh Enrico V
Bresson Il diario di un curato di campagna
Bresson Lancillotto e Ginevra
Brizzi Notte prima degli esami
Bunuel Un cane andaluso
Bunuel Bella di giorno
Burton Il mistero di Sleepy Hollow
Burton Big Fish
Burton Il pianeta della scimmie
Burton Ed Wood
Campbell 007 Casino Royale
Capra L'eterna illusione
Capra E' arrivata la felicità
Carné Alba tragica
Carnè Les enfants du paradis
Carnè Il porto delle nebbie
Cassavetes Ombre
Chaplin Tempi moderni
Chaplin Luci della città
Cimino Il cacciatore
Cimino I cancelli del cielo
Clouzot I diabolici
Clouzot Il mistero Picasso
Clouzot Il corvo
Cocteau Les parents terribles
Coen Crocevia della morte
Coen Il grande Leobowski
Coen L'uomo che non c'era
Comencini Tutti a casa
Comencini La donna della domenica
Coppola F Il padrino
Coppola F. Apocalypse now
Coppola F. Il padrino parte II
Coppola S. Lost in translation
Crialese Respiro
Cronenberg La mosca
Cronenberg Existenz
Cronenberg Crash
Cronenberg Spider
Cukor My Fair Lady
Cukor Scandalo a Philadelphia
Curtiz Casablanca
De Santis Italiani brava gente
De Sica Miracolo a Milano
De Sica Sciuscià
De Sica Umberto D
De Sica Ladri di Biciclette
Don Siegel Fuga da Alcatraz
Donen Sciarada
Dreyer Ordet
Dreyer Gertrud
Dreyer Dies Irae
Duvivier Il bandito della Casbah
Eastwood Lettere da Iwo Jima
Eastwood Flags of our fathers
Epstein Il crollo della casa degli Usher
Egoyan False verità
Ejsenstein Ottobre
Ejsenstein La corazzata Potemkin
Fassbinder Veronika Voss
Fassbinder Le lacrime amare di Petra von Kant
Fassbinder Querelle De Brest
Fellini La strada
Fellini Otto e mezzo
Fellini I vitelloni
Fellini Amarcord
Ferrara Mary
Ferrara Fratelli
Ferrara New Rose Hotel
Ferreri Dillinger è morto
Flaherty L'uomo di Aran
Ford La conquista del West
Ford Ombre Rosse
Ford Un uomo tranquillo
Ford Rio Bravo
Frankenheimer Và e uccidi
Fuller Il corridoio della paura
Fuller Quaranta pistole
Fuller Il grande Uno rosso
Fuqua Training Day
Gaghan Syriana
Gilliam Brazil
Giordana I cento passi
Giordana Pasolini Un delitto italiano
Gitai Kadosh
Gitai Kippur
Gitai Terra promessa
Godard Il disprezzo
Godard Une femme est une femme
Godard Fino all'ultimo respiro
Godard Histoire(s) du cinema
Greenaway Il cuoco il ladro sua moglie e l'amante
Greenaway L'ultima tempesta
Grenaway Il ventre dell'architetto
Hawks Un dollaro d'onore
Hawks Il fiume rosso
Hawks La signora del venerdì
Hawks Susanna
Herzog Woyzeck
Herzog Fitzcarraldo
Herzog Aguirre furore di Dio
Herzog Nosferatu
Hill Roy Butch Cassidy
Hirschbiegel La caduta
Hitchcock Gli uccelli
Hitchcock Vertigo
Hitchcock Intrigo internazionale
Hitchcock Psycho
Hitchcock La finestra sul cortile
Houston Il mistero del falco
Jancso L'armata a cavallo
Jaoui Il gusto degli altri
Jensen Le mele di Adamo
Kazan Un tram che si chiama desiderio
Kazan Fronte del porto
Keaton The cameraman
Keaton The General
Kim Ki Duk Ferro 3 la casa vuota
Kramer Indovina chi viene a cena
Kubrick Rapina a mano armata
Kubrick Barry Lindon
Kubrick Arancia meccanica
Kubrick 2001 Odissea nello spazio
Kubrick Full Metal Jacket
Kurosawa Ran
Kurosawa Derzu Uzala
Kurosawa Il trono di sangue
Kurosawa Anatomia di un rapimento
Kusturica Arizona Dream
Kusturica Underground
Lang Mm, il mostro di Dusseldorf
Lang Metropolis
Laughton La morte corre sul fiume
Leconte L'amore che non muore
Leconte Rue des plaisirs
Leone Il buono il brutto il cattivo
Leone Per un pugno di dollari
Leone C'era una volta l'America
Lizzani Banditi a Milano
Loach Piovono pietre
Losey L'incidente
Losey Il servo
Lubitsch Il cielo può attendere
Lubitsch Ninotchka
Lubitsch L'ottava moglie di Barbablù
Lucas American Graffiti
Lynch Velluto blu
Lynch Una storia vera
Lynch Mulholland Drive
Lynch Cuore selvaggio
Lynch Strade perdute
Makhmalbaf Viaggio a Kandahar
Malick La rabbia giovane
Malick La sottile linea rossa
Malick The new world
Malick Badlands
Malle Ascensore per il patibolo
Marx La guerra lampo dei fratelli Marx
Mizoguchi Vita di O-Haru
Mizoguchi I racconti della luna pallida d'agosto
Monicelli La grande guerra
Monicelli I soliti ignoti
Monicelli L'armata Brancaleone
Moore Bowling for Colombine
Moretti La stanza del figlio
Moretti Bianca
Moretti Sogni d'oro
Murnau Nosferatu
Nichols Il laureato
Oliveira
Olmi La leggenda del santo bevitore
Olmi Il mestiere delle armi
Ozon 8 donne e un mistero
Ozpetek La finestra di fronte
Ozpetek Le fate ignoranti
Ozpetek Cuore sacro
Ozu Viaggio a Tokio
Ozu Il gusto del sakè
Ozu Tarda primavera
Pabst Il vaso di Pandora
Pampucci Camerieri
Pasolini Accattone
Pasolini La ricotta
Pasolini Edipo Re
Pasolini Il vangelo secondo Matteo
Peckinpah Osterman week-end
Peckinpah Il mucchio selvaggio
Penn Piccolo grande uomo
Penn Gangster Story
Pereira Vite secche
Petri Todo modo
Petri La classe operaia va in paradiso
Piccioni Fuori dal mondo
Philibert Essere e avere
Placido Romanzo criminale
Polanski Macbeth
Polanski Chinatown
Polanski Rosemary's Baby
Pollack Corvo rosso non avrai il mio scalpo
Powell L'occhio che uccide
Raimi Soldi sporchi
Raimi Spider man
Ratmen X men conflitto finale
Ray Il diritto di uccidere
Ray Johnny Guitar
Reed Il terzo uomo
Renoir La regola del gioco
Renoir La grande illusione
Resnais Hiroshima mon amour
Risi Profumo di donna
Risi Il sorpasso
Risi Una vita difficile
Rocha Il dio nero e il diavolo biondo
Rohmer Il raggio verde
Rosi Cronaca di una morte annunciata
Rosi Il caso Mattei
Rosi Le mani sulla città
Rossellini Viaggio in Italia
Rossellini Stromboli
Rossellini Paisà
Rossellini Germania Anno Zero
Sant Gus van Drugstore Cowboy
Satyajit Ray Il mondo di Apu
Scola Una giornata particolare
Scola C'eravamo tanto amati
Scorsese Fuori orario
Scorsese The Departed
Scorsese Taxi Driver
Scorsese Toro scatenato
Scorsese Re per una notte
Scorsese Casinò
Scott Blade Runner
Scott Alien
Scott I duellanti
Shyamalan Signs
Siodmak La scala a chiocciola
Soldini Agata e la tempesta
Soldini Brucio nel vento
Sorrentino Le conseguenze dell'amore
Spielberg Prova a prendermi
Spielberg La guerra dei mondi
Spielberg Duel
Tarantino Kill Bill vol 2
Tarantino Kill Bill vol 1
Tarantino Pulp Fiction
Tarkovskij Andrej Rubilev
Tarkovskij Sacrificio
Tarkovskij Lo specchio
Tarkovskij Solaris
Truffaut I 400 colpi
Truffaut La mia droga si chiama Julie
Truffaut Effetto notte
Truffaut L'ultimo metrò
Truffaut Jules et Jim
Veber L'apparenza inganna
Vertov L'uomo con la macchina da presa
Vidor La folla
Visconti Ossessione
Visconti Rocco e i suoi fratelli
Visconti La terra trema
Von Trier Dogville
Von Trier Europa
Von Trier Idioti
Wajda Ceneri e diamanti
Walsh Una pallottola per Roy
Walsh La furia umana
Welles Macbeth
Welles Otello
Welles Quarto Potere
Welles Rapporto confidenziale
Welles L'infernale Quinlan
Wenders Lo stato delle cose
Wenders The million dollar Hotel
Wenders Il cielo sopra Berlino
Wiene Il gabinetto del dottor Caligari
Wilder L'appartamento
Wilder A qualcuno piace caldo
Wilder Prima pagina
Wilder Sabrina
Wilder L'asso nella manica
Wilder Viale del tramonto
Wyler I migliori anni della nostra vita
Wyler La signora Miniver
Wyler Vacanze romane
Zinnemann Mezzogiorno di fuoco
Zinnemann Da qui all'eternità
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   

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domenica, 18 marzo 2007

De Monticelli affogata nel pensiero unico

dibattito Nel suo nuovo saggio la filosofa si rivolge ai cristiani e a Dio stesso. Critica l’ideologia, eppure finisce per farsi travolgere dalla «mentalità comune» e dalla logica dello scontro

Di Adriano Fabris

Questo libro si presenta in forma di lettera, e più precisamente come una «lettera ai cristiani». Non è certo una novità scrivere una lettera a chi crede. Lo aveva già fatto Simone Weil, molto citata in queste pagine, con la sua Lettre à un religieux. Qui, tuttavia, il "tu" del mittente è rivolto non solo agli «amici cristiani», ma nel congedo conclusivo addirittura a Dio, come accade nelle Confessioni di Agostino e nel Proslogion di Anselmo.
Il libro, in uscita martedì, dà prova di un'indubbia onestà intellettuale. In esso si parla di «fede e ragione» (II capitolo), di «fede e verità scientifica» (III capitolo) e del «disagio intellettuale» provocato dalle concezioni «ideologiche» di un tale rapporto. Il principale filo conduttore della riflessione è dato, infatti, dalla nozione di "ideologia": quella «malattia che - come afferma l'autrice - sta divorando la nostra lingua» e trasformando le nostre parole in qualcosa che viene «schierato, catalogato e di conseguenza aggredito o applaudito». Non si può non essere d'accordo. E tuttavia, onestà per onestà, una tale posizione lascia spazio al desiderio di capire per qual motivo De Monticelli accetta a sua volta di farsi coinvolgere in un gioco che finisce per risultare anch'esso strumentalizzabile ideologicamente. Perché, infatti, l'autrice si lascia talvolta andare a polemiche che accettano la logica dello scontro (si veda il I capitolo, il «Prologo in terra» sul caso Welby), invece che tentare in primo luogo di comprendere? Perché rimprovera agli altri gli stessi errori argomentativi in cui finisce per ricadere, e che dipendono da un'acritica assunzione di termini e concetti nell'accezione dominante della mentalità comune? Con questo libro infatti, e con la retorica che in esso è inevitabile, Roberta De Monticelli si dispone a entrare nel circuito mediatico, attraversato oggi fin troppo da posizioni e contrapposizioni. Diverso era l'approccio di Simone Weil, che appunto la sua lettera non l'ha pubblicata.
Ecco in fondo il motivo di tutto il contendere, che interessa anche questo libro: il costituirsi della mentalità comune. Si tratta di decidere se ciò che nella mentalità comune è ritenuto condiviso lo è davvero, e qual è la sua legittimità. Un compito culturale, come si vede, non già l'esercizio di un potere. La mentalità comune crede, a torto o a ragione, che l'approccio scientifico e le tecnologie ad esso collegate possano in prospettiva risolvere tutti i nostri problemi. Ora: qual è l'immagine dell'uomo che ne deriva? Che cosa accade della motivazione, del senso, dei valori, anche religiosi, ai quali la stessa De Monticelli si richiama? Su tutto ciò è legittimo manifestare le proprie opinioni, come hanno fatto anche autorevoli esponenti della Chiesa cattolica. E per ovviare all'unilateralità di certe posizioni hanno proposto, come compito urgente, un «allargamento degli spazi della razionalità»: cercando di capire i motivi dell'imporsi di una certa idea di ragione e di una concezione della fede ritenuta in conflitto con essa.
Questo è infatti un punto che oggi, forse, è poco compreso: il fatto che il richiamo al cristianesimo è in grado di mettere sotto giudizio un tale pensiero unilaterale. E lo può fare perché lo stesso cristianesimo è caratterizzato da una pluralità di esperienze dello spirito che non sono in conflitto fra loro, ma che in molti casi si completano vicendevolmente. Ciò tuttavia non comporta una babele di prospettive, né l'indifferenza delle diverse posizioni, in quanto c'è pur sempre il riferimento a un'identità comune. Né potrebbe essere altrimenti: anche perché non si può dialogare, come dice anche l'autrice, con chi non ha principi di fondo.
È chiaro nel libro che Roberta De Monticelli predilige uno dei filoni della tradizione cristiana: quello che, attraverso Agostino, recupera la grande tradizione platonica e neoplatonica, e valorizza soprattutto l'esperienza mistica. Su questa sua scelta sarebbe bello dialogare ancora con lei. Non sono convinto, infatti, che il credere si risolva alla fine in un sentire, come troviamo scritto. E bisognerebbe fosse meglio precisato, anche, quel concetto di "verità" che l'autrice usa più volte senza mai definirlo.

Roberta De Monticelli
Sullo spirito
e l'ideologia
Baldini Castoldi Dalai
Pagine 160. Euro 12,50

Postato da: Azioneparallela a 09:55 | link | commenti

giovedì, 01 febbraio 2007

A. Fabris, I paradossi dell’amore. Tra grecità, ebraismo e cristianesimo, Morcelliana, Brescia 2000, pp. 226.
 
Questo libro non è e non contiene “una dettagliata analisi del discorso amoroso, né offre una ricostruzione storica completa delle concezioni occidentali oppure orientali dell’amore” (p. 10). Non è una “fenomenologia” dell’esperienza dell’amore, e neppure una “storia dell’idea” (p. 205), e non sono presentate in esso né descrizioni né spiegazioni di che cosa l’amore sia (p. 208). L’Autore affida invece a queste agili pagine il tentativo di una “risignificazione dell’amore” (p. 208), tanto più urgente in quanto nella nostra epoca e nella nostra cultura la parola amore “si trova ad esprimere fenomeni non solo diversificati, ma addirittura in contrasto tra loro” (p. 9); un tentativo, dunque, di pensare l’amore, che elegge la sola filosofia “e non quindi l’arte, la letteratura, la psicologia, l’esortazione religiosa e neppure il sano buon senso” a luogo di approfondimento del suo “carattere paradossale” (p. 9).
“Le tappe principali della piccola storia dell’amore” (p. 10) qui tracciata corrispondono ai capitoli fondamentali della storia filosofico-religiosa dell’Occidente (e ai capitoli di questo stesso libro): “dopo una breve incursione nelle culture dell’India e dell’estremo Oriente, la concezione greca dell’eros, il rapporto tra amore e Legge istituito dall’ebraismo, l’elaborazione dell’agape e della caritas da parte della prima riflessione cristiana, e infine l’intreccio di amor sacro e amor profano in alcuni momenti della tradizione occidentale nell’epoca della modernità” (p. 10).
            Negli ambiti religiosi dell’India e dell’Estremo Oriente si distinguono almeno tre aspetti dell’amore: cosmico, comportamentale, desiderativo. Sotto il primo aspetto, l’amore si presenta come una forza di unificazione. Nel quadro mitico di un’armonia originaria da preservare o da recuperare, il comportamento benevolente dell’uomo può essere descritto in termini di attiva sollecitudine o all’opposto di imperturbabilità, a seconda delle diverse tradizioni religiose, ma in ogni caso comporta una progressiva depassionalizzazione dell’amore. L’amore nel senso del desiderio, e siamo così al terzo aspetto sopra distinto, non appare allora solo “come forza positiva e vincolante, ma anche come elemento di disturbo e di ostacolo sulla via della salvezza” (p. 44). Il sia pur veloce attraversamento di tali lontane tradizioni consente comunque a Fabris di porre domande che orientano il prosieguo della ricerca: “Che ne è dell’amore se questo viene concepito solo in funzione del trionfo dell’unità? […] Che ne è dell’amore se questo, per affermarsi, deve rinunciare ad alcuni aspetti che lo costituiscono? […] Che ne è dell’amore se il suo fine è, in definitiva, quello di un superamento di sé, di un vero e proprio autoannullamento?” (p. 45).
            Guadagnata la sponda dell’Occidente, Fabris è chiamato a cimentarsi anzitutto con l’erotologia platonica. Anche in questo caso, nessuna speciale minuzia filologica, ma un’analisi volta a mettere in luce “le strutture di fondo dell’eros platonico” (p. 51), strutture che sembrano percorse da elementi di profonda ambiguità: “Riassumiamoli. Da un lato, esso [= eros] è pensato nei termini di un attributo” dell’amato o dell’amante; dall’altro è personificato, “trasformato in Eros” (p. 67), ossia in un che di statico, in un soggetto fisso di attributi. “Per un verso poi l’eros è sostanzializzato, in quanto tema dell’indagine filosofica (e tale risulta anche quando viene concepito come metaxy); per altro verso, esso è quella forza che dev’essere concepita in termini dinamici, che in tal modo esercita il suo potere ermeneutico di mediazione e che, per questi motivi, è in grado di pervadere nell’intimo la stessa filosofia” (ibid.). Il problema non è ovviamente ‘risolvere’ queste ambiguità, ma interrogarsi intorno al loro senso. E qui Fabris trova il motivo di maggiore doglianza rispetto alle celebrate analisi platoniche: non c’è in Platone una domanda sul senso dell’amore, una risposta al perché si ama. Si trova invece una spiegazione, che appoggiandosi in ultima analisi alla physis dell’uomo si risolve in “una sorta di «naturalizzazione» dell’amore” (p. 74). Rispetto a questo esito, la radicalizzazione del profilo di Eros tracciato da Plotino e i punti di maggiore originalità del suo disegno, individuati per esempio nel rapporto fra eros e contemplazione, non ne spostano i termini: anche Plotino “non riesce ad abbandonare il livello della spiegazione, non viene indicato cioè il senso di un tale processo dinamico”, ossia del rapporto erotico (p. 86). Fabris chiude dunque con questa domanda: “È davvero amore quello che si dà semplicemente come un fatto, quello che risulta un carattere, o addirittura un destino dell’uomo?”, e risponde ovviamente di no, giacchè la nostra radice ebraico-cristiana ci ha abituati a pensare che l’amore è piuttosto “un evento caratterizzato insieme da spontaneità e grazia, imprevedibilità e libertà” (p. 87).
            La differenza fondamentale fra grecità ed ebraismo – siamo al capitolo successivo – sta in ciò, che presso Israele l’amore può essere comandato (p. 92): non è più quindi soltanto un desiderio naturale, ma il frutto prezioso dell’obbedienza e dell’ascolto. Fabris ha comunque cura di riconoscere nell’esperienza ebraica anche un senso dell’amore legato al linguaggio del corpo e alla sfera del desiderio, la cui testimonianza più alta è certamente il Cantico dei cantici. Al di là della ‘soluzione’ etico-religiosa della dinamica del desiderio, quel che tuttavia interessa sottolineare è il modello di identità aperta che qui emerge, nel quale “la comprensione di sé è possibile solo attraverso la comprensione dell’altro” (p. 99): nel quale dunque l’alterità non è destinata all’annullamento nelle spire acquisitive del desiderio, ma è invece rispettata come tale: grazie alla mediazione del culto, del rito, della Legge.
            L’annuncio di Gesù, venuto a compiere la legge, contiene indubbiamente una radicalizzazione dell’esperienza dell’amore, anche se nella predicazione evangelica l’istanza dell’amore come dono di sé, spinto fino alla croce, non viene disgiunta dall’istanza della giustizia, quasi che l’amore stesso necessiti “di una sorta di riequilibrio, se vuole continuare ad essere esercitato” (p. 107) e non dissiparsi profondendosi sino all’annullamento di sé. C’è in queste considerazioni una misura di prudenza, si direbbe un’economia dell’amore, che sembra confliggere con il suo stesso concetto: Fabris ritiene invece che si tratti di una tensione interna all’esperienza amorosa, tensione che in ambito cristiano si dispone secondo tre direttrici principali. La prima concerne il modo di amare: l’esperienza cristiana dell’amore si muoverà tra le polarità opposte del misticismo, del recupero cioè dello slancio ‘spontaneo’ dell’amore, e dell’obbedienza assoluta, sul modello ignaziano, ossia dell’amore ‘voluto’. La seconda riguarda invece il perché dell’amore, il suo senso, che il cristiano trova nella risposta all’amore di Dio, dunque non più in un dato di natura, ma in un libero coinvolgimento. La terza direttrice riguarda il rapporto con la conoscenza: in quanto fondato sul dono della fede, l’amore “risulta propriamente inconoscibile” (p. 121). Proprio questo esito impegnerà tuttavia il cristianesimo ad una difficile mediazione con il patrimonio filosofico della grecità, che avrà Agostino come protagonista. Fabris ce lo presenta impegnato nel tentativo di estinguere i paradossi dell’amore cristiano, facendo opera di distinzione: “introdurre una diversificazione di piani, sostituire a un rapporto sincronico una relazione diacronica” (ibid.). Non riprendiamo qui le analisi delle forme fondamentali dell’appetitus, i temi della caritas e della cupiditas, dell’uti e del frui, la dinamica del desiderio e il suo appagamento: tutti motivi che Fabris è in grado di affrontare con pochi, incisivi tratti. Segnaliamo piuttosto i punti ‘sensibili’ della sua esposizione. La soluzione agostiniana del rapporto fra amore e conoscenza, in primo luogo, opposta a quella paolina: in Paolo, a cospetto di Dio la conoscenza svanirà, non così l’amore; in Agostino, si farà invece visio, contemplatio. In secondo luogo, in Agostino la domanda sul senso dell’amore investe anche l’amore di Dio, “ma [egli] non risponde con un che di ulteriore, bensì con l’individuazione, all’interno di questo rapporto, del senso stesso dell’amore cristiano. Infatti […] Dio ha amato l’uomo per suscitare in lui l’amore: per essere cioè lui stesso amato”(p. 146). Infine, il nesso fra amore e morte, che si mostra nel sacrificio, nella testimonianza spinta sino al martirio. E qui Fabris domanda nuovamente che la contraddizione venga per dir così contenuta: “Ci debbono essere insomma modi diversi di collegare insieme gli atti della donazione di sé e della propria affermazione” (p. 152).
            Amore e morte: i due avversari che minacciano pericolosamente di spingersi l’uno nelle braccia dell’altro sono anche i poli dell’intreccio moderno di amor sacro e amor profano, che Fabris studia qui nelle figure del misticismo (di Giovanni della Croce in particolare) e della seduzione (Don Giovanni, di cui si esaminano le rappresentazioni di Tirso de Molina, di Molière, di Mozart-Da Ponte). Figure opposte ma speculari: da un lato l’assoluta unio mistica dell’amore in Dio, dall’altro il desiderio assoluto. Figure entrambe destinate allo scacco: l’una per l’impossibilità di spogliarsi totalmente del desiderio, l’altra per l’impossibilità di farsi signore assoluto del desiderio. Figure sotto il cui segno sta ancora il nostro tempo, incapace di raccogliere in unità i diversi aspetti dell’amore ormai divenuti autonomi e rassegnato alla casualità di legami validi solamente di fatto.
            Nonostante la rapidità del percorso seguito, non mancano in questo libro preziose puntualizzazioni: per esempio il rifiuto della rigida contrapposizione fra eros greco e agape cristiano, fra desiderio e oblazione, ma anche la presentazione dell’amore seduttivo come una sorta di contraccolpo del fallimento della precaria sintesi mistica che conduce all’autonomizzazione della sfera sensibile. Non mancano neppure i punti che destano invece qualche perplessità. Ad esempio la presentazione del tema trinitario in Agostino: Fabris sembra evitare accuratamente di portare non si dirà la contraddizione, ma almeno la stessa tensione, che altrove rintraccia e approfondisce, all’interno della stessa vita intradivina. O anche quella sorta di ‘clausola di salvaguardia’, con la quale Fabris sembra voler proteggere l’amore dal suo stesso eccesso. Vien qui fatto di domandarsi se la paura dell’estremismo del puro amore oblativo, e le preventive assicurazioni contro di esso, non siano incompatibili con l’esperienza stessa dell’amore: che amore è un amore che voglia preventivamente garantirsi? Potrà mai vincere la morte un amore che non rischi di morire, e di morire davvero?
Ma è alla proposta conclusiva di una logica dell’amore che vogliamo dedicare qualche breve considerazione finale. Essa trova insoddisfacente la “naturalizzazione” greca del desiderio perché, investita dalla domanda sul senso dell’amore, “presta il fianco all’affermazione della sua insensatezza” (p. 208). In ambito cristiano, invece, l’amore di Dio contiene una ‘risposta’ al perché dell’amore: l’uomo ama perché Dio lo ama, e Dio lo ama per suscitare in lui l’amore per il Padre. Si può tuttavia sospettare che anche in questo circolo ‘virtuoso’ alligni una radicale insensatezza. Certo, i due termini della relazione, Dio e l’uomo, hanno senso l’uno per l’altro, ma anche qui si deve domandare: perché e l’uno e l’altro? Se il paradosso – ossia il cuore della logica amorosa - si definisce in generale come “il fatto che qualcosa si riferisca a sé se e solo se si riferisce ad altro, e viceversa” (p. 205), questo fatto, questa struttura di senso, presa in totalità, per chi o per cosa ha senso? Qual è il senso del senso? In altre parole: se la dinamica amorosa costituisce il senso di ogni accadimento, l’accadere stesso del senso non rimane, esso, insensato? Non è forse in rapporto soltanto con sé, non fa circolo solo con se medesimo?
Fabris sembra voler sottrarre il terreno a domande come queste, col reputare che esse richiedono di “identificare il senso dell’amore, come un fenomeno già ben definito e fissato”, mentre invece si tratta di “mostrarlo in atto” (p. 209). Ma allora non può non sorgere il sospetto che la coppia spiegazione/senso funzioni prevalentemente in termini ‘polemici’: che una spiegazione appaia come tale perché è consentito investirla con un’ulteriore domanda sul per-che, mentre il senso appare sensato perché non è consentito (non ha senso) domandare ancora su di esso. E in secondo luogo, perché poi privarsi dell’apporto dell’arte, della poesia o della letteratura? Di tutte le delimitazioni preliminari dell’ambito e del metodo di questa ricerca, la più dura da accettare è forse proprio questa: non si trovano infatti in queste forme dell’esperienza umana quelle possibilità ‘mostrative’, di coinvolgimento in atto, che qui sono richieste? E non si fa in esse esperienza altrettanto acuta e persino lancinante del paradosso? Non ha forse l’arte contemporanea frequentato i modi del paradosso, persino della contraddizione, almeno quanto il pensiero (s’intende: la sua pratica ‘istituzionale’)?
Ma la forza di questo piccolo libro, che riesce a descrivere un percorso così ampio e difficile coniugando la chiarezza stilistica e concettuale con la profondità e il rigore dell’analisi, non consiste solo nel sollecitare domande come queste, quanto soprattutto nel promuovere davvero quell’esperienza di coinvolgimento in cui consiste, secondo l’Autore, l’esercizio stesso della filosofia.

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venerdì, 29 settembre 2006

la prosa del mondo

 

 

LA PROSA DEL MONDO. LA BROCHURE

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sabato, 22 luglio 2006

Falconara Marittima , 23-25 novembre 2006

Tramonto o trasfigurazione del cristianesimo? (3)

Laicità

 

Delineazione del tema e degli intenti

 

Il tema del convegno si situa sullo sfondo della più ampia tematica che da circa cinque anni ispira i lavori della rivista Filosofia e teologia, circa il senso e il destino del cristianesimo nell’odierno contesto culturale occidentale, segnato dalla secolarizzazione, dalla crisi della metafisica, dall’accentuarsi dello spirito critico e libertario dell’illuminismo e del post-modernismo, dall’imporsi di forme di nichilismo, dall’affermarsi prorompente della globalizzazione e dal multiculturalismo ecc. Stiamo assistendo ad un tramonto del cristianesimo, solidale con un certo tramonto dell’occidente e delle ideologie del moderno, oppure esso si mostra capace di reinterpretarsi, senza perdere se stesso, con un ritorno creativo ai suoi testi fondatori? E in che direzione sembra muoversi, o è auspicabile che si muova, tale “trasfigurazione”? Questi e simili interrogativi sono di gran rilevanza non solo per la teologia e la fede cristiana ma anche per la filosofia stessa e l’intera cultura occidentale. Questa, infatti, ancor oggi per un verso è debitrice del cristianesimo, sia pur in forme secolarizzate, e per altro verso condiziona la sorte stessa del cristianesimo, tanto da metterne in crisi, se non la realtà “mistica”, certo la forma assunta nell’epoca moderna ed anche la presenza empiricamente rilevabile nella nostra società.

Il tema della laicità s’inserisce in tale orizzonte problematico con una nota di forte attualità ma anche con una netta valenza teoretica, non solo teologico-filosofica ma anche politica e sociale.

L’attualità è ben nota. Basti ricordare, a titolo d'esempio, i dibattiti e le polemiche circa gli interventi della gerarchia cattolica in questioni di rilevanza politico-legislativa (leggi sul divorzio, l’aborto, la procreazione assistita, l’eutanasia, le convivenze civili, l’utilizzo d'embrioni per la ricerca scientifica ecc.), il contributo delle fedi religiose nella formazione di un ethos civile condiviso (soprattutto in campo di bioetica, di concezione della famiglia, delle politiche di pace e di giustizia…), la difesa della presenza di simboli religiosi in luoghi pubblici (polemiche sul crocifisso in Italia, sul velo delle donne islamiche in Francia…), la rivendicazione di un finanziamento statale delle scuole private confessionali e dell’insegnamento religioso nelle scuole pubbliche (oggi anche del Corano…), fino ai dibattiti sull’inserimento nella costituzione europea della menzione delle radici cristiani dell’Europa, e sul rapporto tra libertà di stampa e rispetto dei simboli religiosi.

Non meno note sono le questioni teoretiche implicate in tali dibattiti e al cui chiarimento il convegno vorrebbe dare un contributo tramite un confronto e un dialogo tra posizioni diverse, spesso trasversali le stesse concezioni di credenti e di non credenti.

 Ad esempio: qual è oggi il senso più appropriato della “laicità” dello stato democratico e pluralistico, nei confronti della religione non solo professata in privato da singoli individui ma organizzata comunità e chiese che reclamano riconoscimenti e diritti giuridici? E’ ancora oggi proponibile la tesi illuministica del confinamento della religione nel privato individuale, di fronte ad un ritorno del religioso sulla scena pubblica, inatteso dai teorici della “città secolare” e spesso invocato dagli stessi laici, almeno nella forma di “religione civile” che supplisca alla crisi delle ideologie ed allo sfaldamento di un ethos civile condiviso? E inversamente, fino a che punto e in che forme lo “stato laico” può permettere e/o regolamentare forme d'intervento delle autorità religiose nella vita pubblica che non siano residui anacronistici della concezione degli stati confessionali retti dal principio del cuius regio eius et religio? Ma anche: fino a che punto il principio democratico laico della tolleranza e/o del rispetto delle diversità culturali e religiose può e/o deve lasciar spazio a concezioni diverse dalle sue (e tra loro) del rapporto tra convinzioni religiose e politica, tra privato e pubblico? Problema, come noto, particolarmente urgente per il diffondersi dell’Islam in Europa, anche in forme di tipo fondamentalista.

E ancora: quali riserve di laicità sono riscopribili nel nucleo originario del cristianesimo dopo la fine della “cristianità”? La separazione tra stato e chiesa, tra politica e religione fino a che punto è compatibile o addirittura esigita dal cristianesimo con riferimento al detto evangelico del “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”?. Tenendo presenti le più recenti teologie politiche e/o della liberazione si può sostenere, in linea di principio, la tesi della neutralità o estraneità della religione cristiana nei confronti della vita politica? D’altra parte, a che punto è la riflessione teologica circa la cosiddetta “teologia del laicato” (v. Yves Marie Congar)? A che punto quella sulla “legittima autonomia delle realtà terrene” (politica, economia, scienze ecc.) da norme religiose, riconosciuta dal Vaticano II e con ben più antica formulazione nel pensiero riformato? Qual è l’esito odierno del cammino storico dei rapporti tra clero e laici rispetto al riconoscimento della responsabilità dei laici nella vita della chiesa come pure nei vari campi dell’attività temporale?

Infine, qual è il senso della laicità del “laico” occidentale (inteso qui nell’accezione del “non credente”) alla luce del celebre detto crociano “non possiamo non dirci cristiani”? La laicità del laico e la laicità del cristiano hanno o possono avere qualcosa di comune? Qual è stata l’origine e l’evoluzione storica del concetto moderno di “laicità”? Che dire del cosiddetto “laicismo”? E’ una forma d'assolutizzazione ideologica della laicità, una sua degenerazione dogmatica, o una comprensibile e doverosa reazione storica al “clericalismo”? Esiste uno spazio etico “laico” ove si possa instaurare il libero confronto democratico tra credenti e non credenti oppure la “laicità” è caratteristica solo dei non credenti? Ha senso ed è possibile un confronto tra credenti e non credenti sul piano della “ragione naturale”, sia pur reinterpretata come progressiva costruzione dialogica di un pensiero etico-politico condiviso? (v. tematica della formulazione progressiva dei diritti umani universali sulla base del riconoscimento della dignità inviolabile d'ogni persona...).

Alla luce di tale o simili questioni teoretiche si sono individuate, in ordine al convegno, quattro principali itinerari:

1. la laicità del cristiano (questione teologica)

2. la laicità del laico (questione filosofico-illuministica)

3. la laicità dello stato e il tema della religione civile (questione politica moderna e post-moderna).

4. l’evoluzione storica del rapporto tra laico ed ecclesiastico e il sorgere della nozione moderna di laicità (questione storica).

I singoli relatori, ne sono previsti sei, sono invitati ad intervenire, secondo le loro competenze e sensibilità, con riferimento ad uno dei quattro punti in questione, e sono pregati di formulare, in relazione ad esso, il titolo più preciso del loro contributo.

 

(G. Ferretti)

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domenica, 02 aprile 2006

Adinolfi a Tarca:
 E così non sei ripartito!
Ma io ti ho dedicato persino un pensiero.
Perfido:
Attributa non opposita, sed diversa (Spinoza, bravino)
Diversa, diversa etiam ab oppositione (Tarca, bravo)
Diversa, diversa etiam ab oppositione, vel diversa ab ipsa diversitate (Adinolfi, ora ci siamo)
 
Tarca ad Adinolfi 
Esatto! Ma a me non pare che per pensare coerentemente la diversità persino rispetto alla differenza si deve pensare la pura differenza.
 
Adinolfi a Tarca:
Stai dicendo che la pura differenza non differisce anche dalla differenza (che differisce dall'opposizione; non differisce cioè anche dal proprio differenziarsi dall'opposizione)?
E se domandassi circa il differire della pura differenza da cotal differenza non saremmo daccapo?
Non è evidente che qui se ne può uscire solo con:
l'autoposizione della differenza, la differenza che presuppone sé a se stessa;
il salto in un altro regime di discorso, in un'altra logica (Vitiello);
la deposizione della differenza? (che significa criticare quanto segue: per esser tale, la differenza deve [ecco l'esigenziale di cui ti parlavo] , ecc.: ma questo 'per esser tale' da dove viene? Ma allora il regime dell'identità (la sua 'esigenza') non è mai venuto in questione! Ma allora la differenza differisce affatto da sé, se per esser tale , cioè pura differenza, deve differire anche da sé).
 
Adinolfi a Walter
Secondo te: Tarca sta dicendo che la pura differenza differisce anche dalla differenza (che differisce dall'opposizione)?
E se domandassi circa il differire della pura differenza dalla differenza saremmo daccapo?
E' evidente che qui se ne può uscire solo con:
l'autoposizione della differenza (Tarca, secondo me);
il salto in un altro regime di discorso, in un'altra logica (Vitiello);
la deposizione della differenza? (Adinolfi, e significa: Tarca ragiona così: per esser tale, la differenza deve [ecco l'esigenziale], ecc.: ma questo 'per esser tale' da dove viene? Ma allora il regime dell'identità non è mai venuto in questione! Ma allora la differenza differisce affatto da sé, se per esser tale, cioè pura differenza, deve differire anche da sé).
Infine (il 'per esser tale' lo rifilerò anche a te)
 
Walter ad Adinolfi
Dunque:
Tarca dice: la pura differenza non differisce dalla differenza negativa, ma, ‘per esser tale’ differisce insieme ‘anche’ dalla sua differenza rispetto alla differenza negativa.
Dunque non può che presupporre sé a se stessa. La tua autoposizione.
Per me questo significa: la pura differenza non si pensa, è l’irriflesso del pensiero. Il puro presupposto. Hai voglia ad esibirlo, ti precede sempre  e fin dall’inizio ‘si nega’ allo spazio logico (ed è in-differente per questo, in quanto, al contempo, ‘nel’ piano ‘orizzontale’ dei differenti, e nel piano ‘verticale’ dello stare al fondo (è il tratto negativo inscritto nell’in (locativo) dell’indifferenza: il suo costitutivo negarsi…) etc…
Ora: che cosa ce ne facciamo di quel ‘per esser tale?’ Credo che l’obiezione a Tarca su questo punto sia giusta (ma posso risponderti io).
Quanto a me, il mio ‘per esser tale’ cerco di pensarlo paradossalmente fuori dal regime dell’identico! Sotto questo profilo i piani di cui ho detto: quello ‘orizzontale’ dello spazio logico e quello ‘verticale’ del negativo, sono al contempo il medesimo nella differenza: logica-mente: ‘per esser tale’, la differenza differisce anche dal proprio esser-differenza. Se non mi muovo ‘anche’ all’interno (ma so che tu hai in forte sospetto questo ‘interno’) dell’identità (e del suo spazio logico!) non riesco a deporre la sua forza pervasiva! E tuttavia in-differenza, la differenza si sottrae a sé, alla necessità d’essere se stessa. Non ha identità o statuto definito. Ostinatamente si nega (e qui, forse, anche il ‘per esser tale’ si consuma: per esser tale non è tale…e il residuo d’identità che permane in alcuni miei passaggi mi consente di praticare questa sorta di strabismo pensante (piano orizzontale (logico)) piano verticale (negatività prepositiva, situazione…??). Ché, come ben sai, per me si tratta comunque di risalire al ‘logos’, di pensare, in qualche modo, questo impensabile che è non-pensiero).
 
Adinolfi a Walter
“Fin dall'inizio 'non si nega' allo spazio logico”
Si nega l'hai messo tra virgolette: bene, bene.
 
“Fuori dal regime dell'identico”
Se ti osservo: ‘ma fuori anche da questo fuori’, tu dici di essere d'accordo. Ma per me l'accordo è puramente verbale. Perché se lo pensi fuori anche da questo fuori:
- non hai più fuori/dentro, che significa:
- non hai più che l'altro del fuori è il dentro, e l'altro del dentro è il fuori.
Tu invece questo lo tieni ben fermo, poiché non hai il problema che la differenza ha da esser tale: differenza, appunto; e quindi la metti in un primo tempo di qua, mentre l'identità sta di là, per poi mescolare le carte. Ma una volta che tu ti sia preso quel primo tempo, la frittata è fatta. Hegelianamente: una volta che hai cominciato a pensare a partire dall'identità (dal 'per esser tale'), i capitomboli che fai dopo si portano appresso quella prima volta e non la smuovono neanche un po'. Alla faccia del puro presupposto: il puro presupposto è posto (dal 'per esser tale'), e Hegel ti ha fritto in padella.
 
Ostinatamente si nega
Vedi: che ostinazione vi sarebbe, se fosse pensato anzitutto come il fuori di contro al dentro?
 
Risalire
Si commenta da sé.
 
(E bada che non ho commentato il 'per me si tratta'. Ma sono sicuro che non è un lapsus calami...)
 
Walter ad Adinolfi
Quando interviene nel discorso (di rado nel libro, al più due o tre volte) il mio ‘per esser tale’ non intende significare l’identità con sé della ‘cosa’. Non dice A = A, insomma, ma ‘A’. dice di un ‘positum’  assimilabile ai dettami della proposizione d’identità. Non dice ‘per esser tale’, ossia: identico a sé, ma ‘per esser tale’, ossia: puramente e semplicemente il proprio ‘Sé’ (che da solo non dice identità alcuna). Dove e come lo dice? Ma in A è A!!
Con le parole di Heidegger: «Doch das Sein – Was ist das Sein? Es “ist” Es selbst. Dies zu erfahren und zu sagen, muß das künftige Denken lernen» (anche questo rinvio ad un pensiero ‘futuro’ ti farà inorridire, immagino, ma tant’è). A partire da sé: pensando la cosa (del pensiero: ‘Sache des Denkens’) senza per ciò stesso identificarla. Senza dirne l’identità. Può ‘esser’ se stessa, la ‘cosa’, senza essere ‘necessariamente’ identica a sé? il che, beninteso, significa distinta, distante dall’identità stessa.

Come si mettono allora le cose? Qui interviene la mia ‘in-differenza’ (che non so quanto s’incontri con la tua): torniamo allora ad A è A. ‘In’ A è A, A è differente. È dunque  ‘in’-differente. Questo al contempo significa: ‘in’ A è A, A è indifferente ad A è A. Il che, ripeto, non dice che fra A ed A è A si stabilisca ‘necessariamente’ distanza e distinzione. Ora, se A è A dice lo spazio ‘logico’ dell’identità – il luogo stesso del pensiero – questo medesimo luogo può esser anche il luogo in cui è A, senza che ‘A’ si identifichi con A è A (differendo da A è A). Questo, lo comprendo, viene a dire anche che A (la mia negatività pre-positiva, per intenderci) è indifferente al sapere che ha il suo spazio d’esercizio in A è A (il piano ontico orizzontale…). È il fondo (o lo s-fondo). Ma è anche ‘in’-differente, differisce ‘fra’ i differenti. Non so di sapere la pura differenza (alla Tarca – la negatività pre-positiva, alla me: ‘A’) nello spazio dei differenti (La differenza negativa, alla Tarca. Il luogo del sapere: ‘A è A’). In questo la finitezza del pensiero, rispetto all’essere. Ed in questo è anche la possibilità che non si dia alcun salto (alcuna ‘differenza’) fra essere e pensiero dell’essere (fra ‘A’ e A e A). Ma non lo so. Il che non contraddice il fatto che ‘A’ (differenza pura etc.) differisca da un pensiero. ( e che ‘A’ possa essere insieme il sommamente trascendente). Il che non contraddice la possibilità che l’essere (A) acceda – in maniera obliqua – al pensiero (e qui intervengono le tue rimostranze).    

Dies zu erfahren und zu sagen, muß das künftige Denken lerne
 
Adinolfi a Walter:
Quando interviene nel discorso (di rado nel libro, al più due o tre volte) il mio ‘per esser tale’ non intende significare l’identità con sé della ‘cosa’. Non dice A = A, insomma, ma ‘A’. dice di un ‘positum’ non assimilabile ai dettami della proposizione d’identità. Non dice ‘per esser tale’, ossia: identico a sé, ma ‘per esser tale’, ossia: puramente e semplicemente il proprio ‘Sé’ (che da solo non dice identità alcuna). Dove e come lo dice? Ma in A è A!!
Ripeto, per esser sicuro di avere compreso: il ‘per esser tale’ dice: che A – il puro e semplice A – per essere sé, ossia A, ha da essere A. Ossia è posto in corsivo proprio per cercare di mantenere la ‘differenza’ fra A e A è A, e per mantenerla nella forma di un ossia, che è la forma spinoziana valorizzata da Sini.
Con le parole di Heidegger: «Doch das Sein – Was ist das Sein? Es “ist” Es selbst. Dies zu erfahren und zu sagen, muß das künftige Denken lernen» (anche questo rinvio ad un pensiero ‘futuro’ ti farà inorridire, immagino, ma tant’è). A partire da sé: pensando la cosa (del pensiero: ‘Sache des Denkens’) senza per ciò stesso identificarla. Senza dirne l’identità. Può ‘esser’ se stessa, la ‘cosa’, senza essere ‘necessariamente’ identica a sé? il che, beninteso, non significa distinta, distante dall’identità stessa.
Non dirò mi fa inorridire, ma dirò semplicemente che è una retorica di cui non avverto il bisogno: o vale qualcosa di più di un effetto retorico? Ad ogni modo, qui obietterei solo alla nettezza con cui scrivi ‘non significa’, cioè: escludi che possa significare? (Non lo escludi, sotto lo chiarisci, ma io faccio il puntiglioso)
Come si mettono allora le cose? Qui interviene la mia ‘in-differenza’ (che non so quanto s’incontri con la tua): Torniamo allora ad A è A. ‘In’ A è A, A è differente. È dunque  ‘in’-differente.
Dunque, dici? Dunque ‘si va’ dalla differenza all’indifferenza con la perentoria forza di un ‘dunque’? E dove si appoggia questo ‘dunque’, se non sul ‘per esser tale’? Quel per esser tale – dico io – dunque regge una intera logica! Perbacco!
(Qui è legittimo che ti cadano le bracce, e che mi obietti: ma come diavolo pensare, se saltano pure i ‘dunque’? Proprio tu che non sopporti i filosofi poetanti! Obiezione legittima e fondata, alla quale non ti risponderò)
Questo al contempo significa: ‘in’ A è A, A è indifferente ad A è A. Il che, ripeto, non dice che fra A ed A è A si stabilisca ‘necessariamente’ distanza e distinzione. Ora, se A è A dice lo spazio ‘logico’ dell’identità – il luogo stesso del pensiero – questo medesimo luogo può esser anche il luogo in cui è A, senza che ‘A’ si identifichi con A è A (differendo da A è A). Questo, lo comprendo, viene a dire anche che A (la mia negatività pre-positiva, per intenderci) è indifferente al sapere che ha il suo spazio d’esercizio in A è A (il piano ontico orizzontale…).
Tutto questo, come sai, c’è quasi alla lettera in Essere in due e forse ancor più nel mio intervento veneziano. Ti domanderei soltanto: ma cosa rimane di negativo in questo pre-positivo? Il fatto che non se ne stia buono buono nello spazio logico dell’identità? Ma poiché per te manco dovrebbe starsene buono buono lì, ma poiché per essere A non gli occorre di essere affermato come A, non riesco a vedere perché continui a pensare che in quello spazio si nega, visto che poi aggiungi che si nega non meno e non più di quanto si affermi. (O meglio lo riesco a vedere qua sotto)
(A te, comunque, Fichte ti ha traviato un pochettino)
È il fondo (o lo s-fondo). Ma è anche ‘in’-differente, differisce ‘fra’ i differenti. Non so di sapere la pura differenza (alla Tarca – la negatività pre-positiva, alla me: ‘A’) nello spazio dei differenti (la differenza negativa, alla Tarca. Il luogo del sapere: ‘A è A’). In questo la finitezza del pensiero, rispetto all’essere.
La tragedia incombe: la finitezza del pensiero! E questa da dove viene fuori? Ah già: dal fatto che non sai di sapere. Ma mettere qui questa cosa della finitezza non comporta che si pensi che c’è qualcosa da sapere (per quanto indefinibile e sfuggente, per quanto pre-positivo) che ‘ostinatamente si nega’ al pensiero?
Oppure vuoi cavartela così: la finitezza del pensiero sta proprio in ciò, che dà forma di ‘qualcosa’ a ciò che non è qualcosa, e nemmeno una cosa, e perciò ostinatamente la manca? Se la metti così, ti osservo:
1. parla per te e per il tuo pensiero. Io sono immune da questo, che è un effetto collaterale (o una metastasi) del ‘si tratta di’;
2. messa così, si perde immediatamente il lato per cui ciò che non è qualcosa è anche qualcosa (una cosa: il gioco – per farla breve – per cui A è e non è A). Messa così, A semplicemente non è A è A
(Delle due, comunque, l’osservazione in ogni senso decisiva è la prima)
Ed in questo è anche la possibilità che non si dia alcun salto (alcuna ‘differenza’) fra essere e pensiero dell’essere (fra ‘A’ e A e A). Ma non lo so. Il che non contraddice il fatto che ‘A’ (differenza pura etc.) differisca da un pensiero. ( e che ‘A’ possa essere insieme il sommamente trascendente). Il che non contraddice la possibilità che l’essere (A) acceda – in maniera obliqua – al pensiero (e qui interiengno le mie rimostranze).    
Dies zu erfahren und zu sagen, muß das künftige Denken lernen.
Qui intervengono le mie rimostranze, ma verso il tuo intero capoverso, mica solo verso Heidegger! Mi spieghi cosa significa per te ‘sommamente trascendente’? Significa che A con A è A non c’azzecca proprio? E immanente significa forse che A è una cosa con A è A e non residua un bel nulla? Ma chi te li ha messi in testa questi pensieri? Da dove spuntano fuori? Dall’ignoranza di come stiano le cose? Dal ‘non sapere di sapere’? Ma non vedi che qui per un verso ne sai fin troppo di come declinare le possibilità che si spartiscono il campo di cui tu non sapresti un tubo, e per l’altro tradisci alla grande l’in-differenza, ossia il non sapere di sapere nel sapere?
È ancora colpa del ‘si tratta’, dell’idea che cioè ci sia qualcosa da fare e da pensare con quell’A che differisce indifferente con A è A. Se c’è dell’altro da pensare, l’A è spacciato (cioè pre-giudicato).
E pure tu. (‘Si tratta’ di rendersene conto)
 
p.s. Ma il giovane e già tragico filosofo Walter (effettivamente anche un po’ traviato dalla lettura di Fichte) reagì a quel punto con indifferente ed ostinato silenzio, ma nascostamente pronto a difendere nuovamente ‘usque ad mortem’ i suoi languori meditativi, le sue metastasi speculative, le sue inquietudini (talvolta, lo ammetteva lui stesso, pericolosamente vicine a puzzare d’incenso) e soprattutto i suoi ‘il s’agit’, ‘es handelt sich…’, ‘si tratta’…forse figurandosi un puro ‘A’,
 da qualche parte
 

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martedì, 21 marzo 2006

In questa straordinaria e sconvolgente ora della storia

 

 

(Vivi ringraziamenti)

Lo schema di questa mia breve relazione è il seguente.

In primo luogo, intendo chiarire donde provenga il titolo che ho dato al mio intervento, e in che modo esso possa essere ricondotto al tema che è in discussione: l’Europa.

In secondo luogo, presenterò brevemente la linea principale della più consistente autorappresentazione dell’Europa che la filosofia abbia fornito, così consistente che in una certa qual continuità con essa si muovono alcune, anche autorevoli, riflessioni che hanno oggi corso, nel dichiarato intento di restituire all’Europa l’identità smarrita.

In terzo luogo, mostrerò o forse soltanto alluderò a certe volute, e a certi nodi che – per continuare con questa metafora della linea, del filo conduttore e del suo ordito – la storia d’Europa non ha potuto sciogliere, da cui anzi è stata tragicamente risucchiata. Mostrerò cioè il rovescio della medaglia, l’al di là dello specchio, ciò che l’immagine dell’Europa non restituisce immediatamente, ma che tuttavia la riguarda. Nulla di nuovo, peraltro, nulla che l’Europa non sappia già.

In quarto luogo, proverò a sostenere quanto ad una considerazione filosofica pare evidente, e che cioè non i nodi irrisolti, ma la volontà di risolverli ha comportato la tragedia d’Europa.

In quinto e ultimo luogo, sulla porta d’uscita di questa relazione, disegnerò molto brevemente le vie che a me paiono le sole lungo le quali l’Europa può ancora pensare (o – come vorrei persino dire un po’ esotericamente – dis-pensare) se stessa. Qui si tratta dell’incontro con le radici cristiane d’Europa, ma – mi permetto di dire – non solo.

 

 

Comincio con il dichiarare un debito. Il rumoroso titolo della mia relazione è preso a prestito dall’appello per la filosofia firmato poco meno di quindici anni fa da filosofi europei come Hans Georg Gadamer e Paul Ricoeur, o come lo stesso professor Vitiello, e da personalità come l’allora presidente della repubblica francese François Mitterand, l’allora Presidente dell’Assemblea Generale dell’ONU, Samuel R. Insanally, l’allora presidente del Parlamento Europeo, Egon Alfred Klepsch. L’appello, promosso dall’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici e rivolto a tutti i parlamenti e governi del mondo, si concludeva con queste parole:

 

 

“In questa straordinaria e sconvolgente ora della storia, quando il termine umanità comincia ad assumere il significato di tutti gli uomini, vi è necessità di un orientamento civile. Vi è necessità della filosofia”.

 

 

In queste parole, di straordinario e sconvolgente nell’ora attuale, nella nostra epoca storica, sta il fatto che il concetto universale di umanità, la sua più profonda intenzionalità, trova finalmente ed effettivamente il suo riempimento. Quel che si intende dire, con umanità, sembrerebbe essere, finalmente, quel che è appunto vero di essa: che cioè include tutti gli uomini. Include per davvero ed effettivamente significa che non si tratta più di una solidarietà nel semplice concetto, etico o teoretico, di umanità, ma del fatto concreto e reale che appartiene ormai alla nostra più comune esperienza, e potenzialmente all’esperienza di tutti, cioè della possibilità di incontrare uomini diversi e lontanissimi fra di loro per religione, cultura, tradizione, censo, eccetera. Con un po’ di enfasi hegeliana, si potrebbe dire che il semplice concetto di umanità, il concetto ancora astratto di umanità ha raggiunto, in questa certa e determinata ora storica, la proprio realtà e verità. Gli uomini sono finalmente all’altezza del loro concetto, poiché questo diviene reale in essi e per essi.

Ma questo può dirsi e anzi deve dirsi anche così: ciò che in questa ora straordinario e sconvolgente diviene vero di tutta l’umanità, è ciò che una parte dell’umanità ha pensato. E la parte dell’umanità che ha pensato questo è, anzitutto, storicamente, l’umanità europea.

In questo mio breve intervento, mi propongo di riflettere essenzialmente su quest’unico punto: su cosa significhi, cosa comporti questo semplice fatto, poiché è un fatto, che nell’ora attuale, straordinaria e sconvolgente, quel concetto di umanità che l’umanità europea ha coltivato lungo tutta la sua storia, comincia a valere di tutti gli uomini e per tutti gli uomini.

Mi rendo conto che si può discutere se ciò che vi è di più straordinario e sconvolgente nell’ora attuale sia davvero ciò che oggi per la prima volta significherebbe dire ‘tutti gli uomini’ – e non soltanto dire, ma anche vivere in mezzo a ‘tutti gli uomini’ –. Probabilmente molti pensano che la necessità di filosofia di cui parla l’appello non sia la prima e la più urgente delle nostre necessità, e che la caratteristica essenziale del nostro tempo sia da ricercarsi altrove: per esempio, nella necessità di difendere l’Occidente dalle minacce che lo insidiano dall’esterno e che, secondo le parole dell’appello per l’Occidente – forza di civiltà promosso proprio in questi giorni in Italia dall’attuale Presidente del Senato, on. Marcello Pera...

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sabato, 18 febbraio 2006

L'amore indifferente. Una lettura dell'Explication des maximes des saints di Fenelon

(Il testo è publicato integralmente sul numero 1/05 de Il pensiero. In quel che segue, si trovano solo due paragrafi, il primo e il quinto).

 

 

1. L'ultimo di tutti i vescovi

 

Fin dall’avvertissement posto in apertura del grosso volume licenziato nel 1698, che raccoglie gli scritti di Jacques-Bénigne Bossuet, vescovo di Meaux, contro l’istruzione pastorale dell’arcivescovo di Cambrai, François de Fénélon, e la sua Explication des maximes des saints sur la vie intérieure, non viene lasciato spazio alcuno al dubbio circa l’ortodossia della dottrina del pretendu amour pur:

 

 

«par là donc ce pretendu amour pur, qu’on imagine desinteressé de son propre bien, n’est qu’une illusion: on peut bien se détacher de soy-mesme jusqu’à s’aimer en Dieu et pour Dieu, luy rapporter son propre bonheur et le desirer pour sa gloire, c’est-à-dire pour honorer sa magnificence envers les siens ; mais se détacher de soy-mesme jusqu’à ne plus desirer d’estre heureux, c’est une erreur que ni la nature, ni la grace, ni la raison, ni la foy ne peuvent souffrir »[1].

 

 

 

Amore preteso e puramente immaginario, illusorio prima ancora di essere empio e contrario alle verità della fede, alla dottrina della Chiesa e alla tradizione cattolica, l’amore puro che Fénélon aveva voluto  raccogliere in un "système simple et complet de toutes les voies intérieures"[2] viene rigettato tra gli inescusabili fanatismi dei faux mystiques, contro i quali questo severo custode dell’ortodossia religiosa non cessò mai di condurre la sua implacabile battaglia. Perché al fondo non c’è che da rassicurare i fedeli che l’amore puro, se non è una chimera, è "l’amour de la charité commune à tous les fideles"[3]: a volerlo perfezionare ulteriormente, a volerlo (e volersi) spingere oltre, a volerlo "desinteresser davantage, et jusqu’au point d’abandonner nostre salut propre, nostre propre beatitude mesme rapportée à Dieu comme à sa derniere fin" si produce "une entiere subversion de la religion et de l’évangile"[4]. Va bene dunque il détachement, ci si può amare in Dio e per Dio, lo si può amare per la sua gloria, ma in questo modo non lo si ama affatto separandosi dal desiderio di essere felici, bensì rimettendo a lui la nostra propria felicità. Il détachement dal desiderio di essere felici è semplicemente contrario alla natura, alla grazia, alla ragione e alla fede: alle evidenze dell’una e alle verità dell’altra.

Bossuet non è ovviamente il primo né il solo a screditare le insanias amantium, imo amentium[5]. Il suo attacco giunge anzi nel tempo del crepuscolo della mistica[6], e conclude e sanziona un più vasto progetto di disciplinamento di modi di parlare e di pregare, maniere di fare e dire, gesti e azioni, testi e corpi, che nella riorganizzazione degli spazi politici, sociali e istituzionali dell'età moderna, sia laici che religiosi, lascia ai margini, come inutili relitti, le esperienze stravaganti, straordinarie e insensate di coloro che con un certo disprezzo Bossuet chiamava indifferentemente "falsi" e "nuovi mistici". Negli stessi anni in cui il "grande internamento" traccia una netta linea di separazione fra ragione e non ragione, e fonda uno spazio di reclusione per ogni genere di derèglement, anche la corrente di spirituali e illuminati e neoterici, che accompagna il riformismo cattolico fra il XV e il XVII secolo, è sospinta progressivamente fuori dalle istituzioni. Se infatti il 1656, anno del "decreto di fondazione dell'Hôspital général di Parigi"[7], può essere assunto da Michel Foucault come punto di riferimento per la sua storia della follia, andrà osservato che nel 1655, cioè nello stesso arco temporale, "un gesuita d'Aquitania, Nicolas du Sault, evoca come fossero fantasmi «una specie d'illuminati» comparsa «in diversi luoghi» alcuni anni prima e ispirata da «tre o quattro giovani abbastanza ben fatti, che «non erano privi di buone qualità naturali». Per fortuna, dice, «non resta più niente o quasi più niente» di ciò che altrove chiama «i nostri mistici riformatori», «i nostri nuovi riformatori»"[8]. Siamo ormai all'epilogo di quella che De Certeau ha chiamato, con riferimento alla prima metà del secolo, la "caccia alle devozioni straordinarie": la sua più vistosa conseguenza sarà "il divorzio fra i processi della conoscenza o dell'azione e un amore «puro» di ogni sapere e interesse"[9], che, nell'ultimo quarto di secolo, accenderà l'ultima, grande controversia teologica del puro amore[10]. Disposto al più completo atto di sottomissione, ormai ridotto al silenzio, dovendo essere "l'ultimo di tutti i vescovi della Chiesa a parlare", in una lettera all'abbé de Chantérac, l'arcivescovo di Cambrai, François Fénelon, traccerà un bilancio amaro ma veritiero della sua sconfitta:

 

 

«Ce qui est certain, c'est que l'amour de bienveillance demeure à jamais flétri comme le principe fondamental du quiétisme; que toute la théologie mystique est foudroyée, et que tous le livres des saints contemplatifs vont être décriés comme contagieux, si Rome ne reveille»[11].

 

 

 



[1] J. B. Bossuet, Divers ecrits ou mémoires sur le livre intitulé : Explication des maximes des saints, etc., chez J. Anisson, Paris 1698, p. 8.

 

[2] L'Explication des Maximes des Saints sur la vie intérieure (= E, seguita dall'articolo e dalla pagina) non comparve a lungo nelle edizioni francesi delle opere di Fénelon a motivo della condanna papale. Noi la citiamo dall’edizione delle Oeuvres de Fénélon, Paris 1843, (t. II; per la citazione nel testo, p. 4) che rappresentò a suo tempo un'eccezione. A tale riferimento fa seguito quello alla trad. it. curata, introdotta e annotata da M. Vannini: Spiegazione delle massime dei santi sulla vita interiore, San Paolo, Cinisello Blasamo 2002 (= S, seguita dal numero della pagina). Sul punto, cf anche la lettera di Fénelon all'abate J. Ch. de Brisacier, 24.02.1697: "Tutto il mio sistema si riduce ad un punto semplice e indivisibile: quello dell'amore disinteressato": Correspondance de Fénelon (= C, seguita dal numero del volume e della pagina), texte établi et commentaire par J. Orcibal, tt. I-V, Klincksieck, Paris 1976 (qui, vol. IV, p.140); tt. VI-XV (avec la collaboration de J. Le Brun et I. Noye), Droz, Genève 1987-1992.

 

[3] J. B. Bossuet, Divers ecrits, cit., p. 25.

 

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